Nell’esaminare le varie condotte criminose, può accadere che un fatto sia sussumibile sotto più fattispecie astratte, cioè sotto più norme incriminatrici, poiché possiede elementi che integrano il tenore letterale di più disposizioni.

Il fenomeno posto alla nostra attenzione ha a che fare con il principio del ne bis in idem, ovvero non si potranno applicare le molteplici norme rilevanti nel caso concreto, poiché esse sono solo apparentemente applicabili: il caso di specie è in realtà disciplinato da un’unica norma.

L'ordinamento positivo è ispirato in materia di concorso apparente di norme al principio di specialità, consacrato nell'art. 15 c.p.. La specialità cosiddetta unilaterale postula che una determinata norma incriminatrice (speciale) presenti in se tutti gli elementi costitutivi di un'altra (generale) oltre a quelli caratteristici della specializzazione; è necessario, cioè, che le due disposizioni appaiono come due cerchi concentrici, di diametro diverso, per cui quello più ampio contenga in sé quello minore, ed abbia, inoltre, un settore residuo, destinato ad accogliere i requisiti aggiuntivi della specialità.

Oltre al semplice principio di specialità esiste, anche, il rapporto di specialità bilaterale, ad esempio con gli artt. 336 e 337 c.p., che puniscono i delitti di violenza e resistenza a pubblico ufficiale e l'art. 186 c.p. mil. di pace, che punisce il delitto di insubordinazione con violenza. In questi tre reati rispetto al nucleo centrale, le fattispecie di cui alle prime due norme presentano l'elemento specializzante di un dolo specifico, mentre la fattispecie prevista dall'art. 166 c.p. mil. di pace presenta l'elemento specializzante della qualifica del soggetto attivo militare inferiore gerarchico al soggetto passivo di supremazia speciale. Ne deriva che in tale situazione, l'individuazione della norma applicabile allo stesso fatto va operata con riferimento al criterio della maggiore specialità, per il quale in presenza di elementi specializzanti bilaterali deve essere attribuita prevalenza a quello che sia  più conforme ed idoneo alle esigenze di tutela della fattispecie in raffronto, con la conseguenza che i fatti di violenza commessi da militari contro superiori gerarchici integrano il reato previsto dall'art. 186 c.p. mil di pace e non quello di cui agli artt. 336 e 337 c.p. in quanto la prima incriminazione è più idonea delle altre anche per la diversità del trattamento punitivo, a soddisfare le esigenze di tutela perseguite dalle norme suddette.

Con l'entrata in vigore della Legge 9 gennaio 2004 n. 6 viene introdotto un nuovo istituto di carattere residuale, perseguendo l'obiettivo della minore limitazione possibile della capacità di agire, attraverso l'assunzione di provvedimenti temporanei o permanenti.

Tale figura si pone tra l'interdizione e l'inabilitazione, poiché si tratta di uno strumento idoneo a provvedere agli interessi di un soggetto incapace, avviando una procedura molto più snella.

Il ricorso per l'istituzione dell'amministratore di sostegno può essere proposto dallo stesso soggetto beneficiario, ovvero da uno dei soggetti indicati nell'articolo 417 c.c., ossia dal coniuge, dalla persona stabilmente convivente, dai parenti entro il quarto grado, dagli affini entro il secondo grado, dal tutore o curatore, o dal Pubblico Ministero.

Chiunque, fuori dai casi indicati dall’art. 594 c.p., comunicando con più persone offende l’altrui reputazione è punito per il reato di diffamazione.

La pena è aumentata se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, se è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, o con atto pubblico, se è recata, inoltre, ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una Autorità costituita in collegio.

Ad oggi il reato di diffamazione ex art. 595 c.p., è oggetto di molte attenzioni, poiché, viene commesso molto spesso sia tra soggetti comuni, ma specialmente con l’utilizzo della stampa ai danni di soggetti pubblici.

Molte espressioni anche se in apparenza possono risultare ormai usuali, invece, per la persona a cui sono dirette possono essere denigratorie, offensive ed ingiuriose. L’agente, infatti, deve essere consapevole della portata offensiva delle parole che usa, specialmente se sono formulate da un soggetto di un elevato grado culturale, come può essere un laureato.

La domanda giudiziale è l’atto con il quale l’attore, in giudizio, chiede il riconoscimento di un diritto. Gli art. 2652 e seguenti c.c. regolano le domande riguardanti gli atti soggetti a trascrizione e gli effetti che quest’ultima comporta per i terzi.La trascrizione è una forma di pubblicità con la quale si informano i soggetti che quel diritto, di proprietà, di usufrutto ecc., è gravato da un contenzioso; con tale tipologia di pubblicità un soggetto, detto attore, tutela il proprio diritto opponendolo al terzo.

Tuttavia, tale iscrizione può essere cancellata, ai sensi dell’art. 2668 c.c. quando è debitamente consentita dalle parti interessate, ovvero è ordinata giudizialmente con sentenza passata in giudicato.

Di solito viene disposta la cancellazione tramite sentenza quando le parti, mediante una transazione, abbiano rinunciato alla causa e richiesto l’estinzione del processo. Il giudice in sentenza, oltre ad estinguere il procedimento, ordina al Conservatore, del luogo in cui è stata aperto il contenzioso, di cancellare la domanda, indicando tutti i riferimenti (n. nota di trascrizione, n. Registro particolare e il n. di presentazione con la data.).

Per effettuare concretamente una cancellazione non serve seguire nessun manuale e nessun codice, anche perché in nessuno dei due trattati vengono descritti e spiegati i passaggi.

   
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