L’immagine è tratta dal fumetto Topolino in versione In un contesto in cui la malasanità è molto frequente è d'obbligo soffermarsi sulle responsabilità dei medici e della loro equipe.

E' sempre più frequente trovare una diversificazione delle specializzazioni e dei ruoli in campo medico e ognuno è responsabile della propria attività a seconda della specifica diligenza professionale.

Ci si domanda, tuttavia, se due sanitari che collaborano tra di loro, anche con qualifiche differenti, debbano vigilare sull'operato dell'altro o affidarsi alle rispettive professionalità.

In base al principio dell'affidamento ogni soggetto non dovrà preoccuparsi della condotta colposa degli altri, ma potrà, appunto, fare affidamento della diligenza altrui.

 

Tuttavia, a detto principio sia la dottrina che la giurisprudenza hanno posto alcuni limiti.

In primo luogo vi è la figura del capo equipe; la sua posizione apicale rispetto agli altri fa nascere un dovere di sorveglianza e coordinamento delle attività dei propri sottoposti. Infatti, in relazione al fine comune ogni sanitario, nel rispetto dei canoni di diligenza e prudenza connessi alle specifiche mansioni svolte, dovrà osservare gli obblighi derivanti dalla convergenza di tutte le attività.

Ogni medico, quindi, non può esimersi dal conoscere le mansioni svolte dall'altro collega e dal controllarne la correttezza, al fine di evitare errori altrui che siano evidenti e settoriali.

Un'altra figura di sorveglianza in ambito medico è il dirigente sanitario, ossia l'ex primario, il quale si trova in una totale posizione di garanzia rispetto alla tutela della salute dei pazienti e dovrà vigilare e verificare l'attività autonoma e delegata dei medici della struttura.

In relazione a tale tematica la giurisprudenza (Cass. 41317/2007) ha precisato che nell'attività medico chirurgica in equipe, la divisione del lavoro costituisce un fattore di sicurezza (perché ciascuno dei sanitari è chiamato a svolgere il lavoro in relazione al quale possiede una specifica competenza e perché, in rapporto ad esso, è posto nelle condizioni di profondere tutta la diligenza, prudenza e perizia richieste, senza essere tenuto a controllare continuamente l'operato dei colleghi), ma rappresenta anche un fattore di rischio. Infatti, fa sorgere, in particolare, rischi nuovi e diversi (rispetto a quelli propri dell'attività medica monosoggettiva), essenzialmente derivanti da difetti di coordinamento o di informazione, da errori di incomprensione o dovuti alla mancanza di una visione di insieme, ecc., e spesso tra loro collegati. E quando nel caso concreto si appalesino circostanze tali da rendere evidente la negligenza altrui, quali ad esempio un'attività colposa già in atto, oppure un errore commesso nella fase preparatoria, ciascuno dei soggetti che si dividono il lavoro deve farsi carico di questi rischi.

Di conseguenza, nel caso in cui un ginecologo in sala operatoria si accorga che l'anestesista sta compiendo un atto tale da peggiorare le condizioni di salute della paziente, nonché del feto, così da causare la morte ad entrambi, ed assiste passivamente senza intervenire, sarà ritenuto responsabile, poiché ha posto in essere una condotta omissiva che è concausa necessaria dell'evento lesivo.


Pubblicato il 20/11/2013

   
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