Il reato di furto è previsto dall'art. 624 c.p. è punisce chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per se o per altri.

L'oggetto giuridico tutelato, quindi, non è la proprietà ma è il possesso; dal testo normativo, infatti, si evince che la sottrazione della cosa mobile altrui, è compiuta verso “chi la detiene”, pertanto non si parla di proprietà, bensì di possesso.

La condotta criminosa, invece, si identifica non solo nella sottrazione della cosa, ma anche nell'impossessamento della stessa. Il delitto di furto viene consumato nel momento in cui l'agente, dopo aver sottratto il bene altrui, se ne impossessa anche per un breve lasso di tempo. Perciò, ai fini della sottrazione e dell'impossessamento è sufficiente che la cosa sottratta sia passata sotto il dominio esclusivo del reo.

 

L'oggetto materiale del reato è la cosa altrui, comprensiva anche delle energie. E' sufficiente l'accertamento dell'appartenenza della cosa a qualcuno diverso dall'autore della condotta furtiva, a nulla rilevando la circostanza che essa sia attualmente e materialmente incustodita.

Ai sensi e per gli effetti del citato articolo, dunque, per cosa mobile si intende qualsiasi oggetto corporeo, qualsiasi entità materiale suscettibile di detenzione, sottrazione e impossessamento, facente parte del patrimonio altrui, inteso in senso ampio e non soltanto sotto il profilo strettamente economico.

Al detrimento patrimoniale della persona offesa ne consegue, quindi, un qualsiasi vantaggio o utilità per l'agente. Infatti, il furto è reato a dolo specifico, in quanto si richiede non solo la coscienza e volontà di sottrarre la cosa mobile altrui e di impossessarsene, ma altresì di procurarsi per sé o per altri profitto, configurabile con un qualsiasi interesse anche psichico.

E' stata oggetto di un accesso dibattito la questione se il consumo di energia elettrica, mediante la manomissione dei contatori, integri il reato di furto o quello di truffa. Vi erano due orientamenti, il primo identificava detta condotta con il reato di truffa, poiché, l'agente, manomettendo il contatore, induceva in errore l'ente erogante procurando per sé un profitto con altrui danno. Il secondo indirizzo, invece, seguito anche dalle Sezioni Unite della Cassazione, intervenute per dirimere il contrasto, affermava che la sottrazione di energia elettrica attuata mediante la manomissione dei contatori, che alteri il sistema di misurazione dei consumi, integra il reato di furto e non di truffa (Cass. 10496/1996). Detta misurazione, infatti, ha la funzione di individuare l'entità dell'energia elettrica trasferita all'utente e, quindi, di specificare il consenso dell'ente erogatore in termini corrispondenti, sicché, la condotta dell'agente prescinde dall'induzione in errore del somministrante ed è immediatamente diretta all'impossessamento della cosa per superare la contraria volontà del proprietario.

Un'ulteriore questione è sorta in relazione alla qualificazione giuridica del comportamento di chi, con regolare contratto, abbia il possesso dell'energia ma la destina ad uso diverso da quello concordato.

La Suprema Corte, in merito, ha evidenziato che integra il delitto di appropriazione indebita e non di furto la condotta di chi, avendo il possesso di energia elettrica con regolare contratto, la destina ad uso diverso rispetto a quello previsto dal contratto stesso. Ad esempio, l'agente per procurarsi un ingiusto profitto, rappresentato dall'illuminazione di un'abitazione privata, usufruisce delle agevolazioni di prezzo, poiché nel contratto è prevista altra destinazione d'uso più vantaggiosa.

In considerazione di quanto sinora rappresentato è evidente che la sottrazione di energia elettrica non si compie con un unico atto, come può essere un furto di un gioiello, ma con ripetuti atti volti all'impossessamento dell'energia per un periodo più o meno lungo.

La Corte di Cassazione si è interrogata su detto punto mettendo in rilievo che la consumazione del reato di furto deve ritenersi protratta per tutto il tempo del consumo furtivo dell'energia, fino alla sua cessazione (Cass. 18485/2009). Il delitto “de quo” è infatti a condotta frazionata o a consumazione prolungata, sicché le captazioni successive alla prima non costituiscono “post factum” penalmente irrilevante, né singole autonome azioni costitutive di altrettanti furti, ma sono atti di un'unica azione furtiva. Pertanto, il tempo di prescrizione, ex art. 158 c.p., inizia a decorrere dall'ultimo prelievo, ossia dalla cessazione dell'attività di sottrazione e impossessamento.

 

Pubblicato il 02/1/2013

   
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